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Il Wi Fi delle città italiane: lotta al digital divide o modello di business?

Il Wi Fi delle città italiane: lotta al digital divide o modello di business?

Le amministrazioni comunali sono sempre più sensibili al tema della connettività del territorio, un problema le cui responsabilità sono da ricercarsi presso altre istituzioni ed aziende. Ma i cittadini non riescono ad avere la banda larga, si lamentano con i sindaci e li costringono a cercare delle soluzioni. Le reti Wi Fi metropolitane potrebbero essere una risorsa, almeno parziale, ma cosa accadrà con le modifiche al Pisanu? I modelli di sviluppo messi in pratica sino ad ora saranno ancora attuali? Ne parliamo con Franco Sacerdotti, esperto del settore che ha collaborato alla realizzazione dei progetti di Bologna e di Ravenna


Dott. Sacerdotti, in Italia i comuni non possono fare da provider, però  lo fanno lo stesso, diciamo “sotto falso nome”, a costi ridotti, in regola con la normativa e per il bene della comunità locale. Come funziona questo modello? E’ sostenibile per la  PA e, soprattutto, per le aziende che vincono le gare e offrono il servizio ai privati?
Premetto che le reti WiFi metropolitane (utenza nomadica con connettività a 2,4 GHz) non comportano una soluzione al Digital Divide in quando tendenzialmente forniscono ad un’utenza che già accede ad internet un ulteriore strumento per farlo. Il tema del divario digitale interessa un’utenza residenziale in luoghi a minore densità di popolazione e non ne parlerei qui (ma parliamone!) se non per alcuni aspetti di sinergia dei modelli di business. Il punto di partenza è l’aspetto normativo. Semplificando all’estremo, il Codice delle Comunicazioni Elettroniche dice due cose al riguardo: 1) Un ente pubblico NON deve erogare direttamente il servizio; 2) Eventuali finanziamenti pubblici ad un operatore (salvo che esso sia una società controllata dall’ente) possono essere configurabili come aiuti di stato. Un secondo aspetto è quello semantico. Classificherei i servizi in tre tipologie: servizi pubblici (es. scuole, strade), servizi di pubblica utilità (es. acqua, luce, gas) e servizi commerciali (tutto il restante). Dove un dato servizio viene collocato definisce anche la strategia della Pubblica Amministrazione che, tendenzialmente, deve finanziare i servizi pubblici, promuovere i servizi di pubblica utilità ed essere neutrale rispetto ai servizi commerciali. A titolo esemplificativo, se la banda larga fosse concretamente assimilata ad un servizio di pubblica utilità, il divario digitale non esisterebbe (se risiedo in un posto sperduto, la luce me la devono portare, perché internet no?). E il WiFi metropolitano dove si colloca? Alcuni enti lo considerano un servizio pubblico e lo finanziano attraverso società controllate. Altri lo considerano un servizio di pubblica utilità e si limitano a patrocinarlo, fornendo un contributo economico (es. uso degli stabili, promozione) ma non finanziario ad uno sponsor privato. Entrambe le strade a mio avviso sono solide normativamente (ma non le vie di mezzo!!) e ciascuna ha i suoi vantaggi. Nella fattispecie la prima garantisce a prescindere il servizio mettendolo al riparo dalle oscillazioni del mercato. La seconda azzera i costi di gestione per la Pubblica Amministrazione e scommette su un modello di business che garantisca una espansione forte della rete (la procedura ad evidenza pubblica premia la visione imprenditoriale). E’ ovvio che in quest’ultimo caso il rischio è più alto in quanto il modello di business può fallire, mentre i soldi pubblici non possono finire. Oppure si? Veniamo quindi al terzo aspetto: Il modello di business. Sono stato recentemente a Losanna dove per prima cosa, viste le tariffe di traffico dati in roaming del mio operatore telefonico, mi sono informato in albergo su eventuali aree WiFi per controllare la posta. “Certamente, Monsieur. C’è in ogni stanza ed anche in una serie di aree della città indicate dalla cartellonistica”. Arrivato in stanza mi connetto e scopro che l’operatore è SwissTelecom. Con carta di credito, acquisto 8 ore di navigazione al modico prezzo di 15 Euro e comincio a navigare (e devo dire scheggiava rispetto alla chiavetta UMTS). SwissTelecom ci guadagna? Considerando le installazioni effettuate su tutti gli  alberghi, l’affluenza turistica e soprattutto i prezzi “svizzeri” credo di si, o saremmo in un eclatante caso di filantropia. E qui in Italia ? Un primo elemento è che i grandi operatori non risultano attualmente interessati a questo tipo di business. Potrebbe essere la paura di un cannibalismo con i propri servizi UMTS (non mi risultano offerte a scaffale per il WiFi), una sottovalutazione del valore del marchio dell’Ente pubblico associato al proprio o semplicemente che il break even (dai due ai tre anni) non sia compatibile con i loro parametri interni. I piccoli operatori invece sembrano apprezzare l’opportunità, specialmente in sinergia con una serie di altri servizi che erogano (es. ADSL radio ai privati in concorrenza con la fibra e qui si può parlare di lotta al divario digitale). Occorre flessibilità e coraggio per intraprendere un business e da questo punto di vista – se coadiuvato da un piano industriale serio – la Pubblica Amministrazione non ha nulla da rimproverarsi nello sposare tale rischio di impresa. Andando sullo specifico, le realtà che seguo direttamente sono agli inizi del percorso (e delle campagne promozionali) quindi è presto per ragionare su dati economici. Riscontro però alcuni primi segnali incoraggianti e se i dati “a consuntivo” fossero confortanti verrebbe confermata la piena sostenibilità economica sia per la Pubblica Amministrazione che per le aziende aggiudicatarie. Aggiungo che questo approccio potrebbe essere applicabile anche ad altri servizi assimilabili a pubblica utilità (es. marketing territoriale, videosorveglianza, banda ultralarga).


Ma con questo modello un’amministrazione comunale può permettersi di dire ai cittadini “questo è un servizio del Comune”. Può mettere il proprio logo da qualche parte? Può distribuire le credenziali presso i propri uffici?
Si può dire senza problemi che il servizio è patrocinato (ma non finanziato!) dal Comune e non vi sono problemi a certificare con il proprio marchio una partnership intelligente con il privato. Riguardo alla distribuzione delle credenziali presso gli uffici dell’Ente, direi che rientra senza problemi nell’ottica della partnership e di un “contributo economico ma non finanziario”. A mio avviso, la cosa migliore è che il Comune si ponga come Identity Provider per i residenti (che tipicamente godono di una fascia di gratuità), magari abbinando le credenziali ad un circuito regionale.


A proposito di credenziali, in Emilia Romagna c’e’ il progetto Federa, che ha l’obiettivo di consentire ad ogni cittadino della regione di fruire dei servizi delle amministrazioni senza bisogno di richiedere altre credenziali. A che punto stiamo? Oggi un bolognese che va in gita a Ravenna si collega senza problemi? E se va a Reggio Emilia?
Ravenna è un ottimo esempio di un circuito regionale. Chiunque è iscritto a FedERa in Emilia Romagna (che sia di Bologna, Reggio, Modena…) potrà usufruire della fascia di due ore di navigazione gratuita giornaliera. Venite in gita, quindi! Specularmente, si utilizza il WiFi come “servizio civetta” per fare iscrivere i ravennati a FedERa in modo da proporre loro (oltre che la fascia di navigazione gratuita) anche tutti i servizi di e-government promossi da RavennaSemplifica.



Il Governo ha cancellato quell’articolo del decreto Pisanu che imponeva parecchie ristrettezze ai provider. Cosa cambierà ora? Avremo un proliferare di bar ed esercizi commerciali che mettono a disposizione dei cittadini le proprie reti? O invece non cambierà praticamente nulla?
Quello che posso dire è che è stato eliminato l’obbligo di identificazione ma non quello di tracciabilità, regolamentato sempre dal Codice delle Comunicazioni Elettroniche. Tale adempimento rimane in carico all’operatore e se fossi un pubblico esercizio mi affiderei comunque ad un operatore serio anziché farmi la rete in casa. Riguardo a quello che cambierà, non ho la bacchetta magica, per quanto spero che una semplificazione degli adempimenti (e quindi maggiore facilità di erogazione e di uso del servizio) risulti in una maggiore pervasività. 


Questo cambiamento normativo mette in discussione il modello di sostenibilità economica che è stato sviluppato nei casi di Bologna e Ravenna? Non è che se diventa più facile rendere accessibile una rete Wi Fi, le aziende che prendono in gestione il servizio di una città fanno più fatica a vendere le proprie prestazioni ai privati?
A mio avviso non particolarmente, purché i costi di connettività rimangano in linea con quelli di mercato. A quel punto possono entrare in campo politiche di segmentazione “premium” del servizio di navigazione (es. maggior banda a disposizione) e ulteriori servizi a valore aggiunto (es. VOICEoverIP, Peer2Peer).
C’è inoltre un valore aggiunto per il pubblico esercizio nell’appartenere ad un circuito su scala urbana, garantito e promosso dall’Ente pubblico (es. luogo segnalato sui siti istituzionali e nella cartellonistica). E poi c’è tutto il tema delle strutture ricettive che possono vendere il WiFi all’interno dei loro locali (non mi vedo un albergo darlo gratis, è assimilabile alle interurbane di una volta) con il valore aggiunto della circolarità delle credenziali con le aree pubbliche. Aggiungo anche che se il servizio diventasse realmente diffuso e pervasivo, comincerebbe ad avere un valore forte per i concessionari pubblicitari (es. banner sulle pagine di accesso).


Senta, concludiamo con una domanda un po’ provocatoria, ci dia il suo parere da esperto: ma questo Wi Fi libero, come si incontra spesso all’estero quando si viaggia, è così potenzialmente pericoloso per la sicurezza del paese? C’è proprio bisogno di tracciare tutto quello che navigano i cittadini?
Qualsiasi tecnologia, a partire dall’invenzione del fuoco e della ruota, è stata usata anche per scopi illeciti; dove vogliamo tirare la riga? Per quello che riguarda il tracciamento, metterei sul piatto anche le intercettazioni telefoniche, la videosorveglianza pervasiva e qualche altra decina di temi. E chiamerei un filosofo a rispondere...


Intervista di Claudio Forghieri
Direttore Scientifico E-GOV

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Questo articolo è stato inserito il 11/01/2011 nella categoria Gente di egov, letto 7113 volte

Tags: banda larga decreto pisanu digital divide e gov e government operatori pa pubblica amministrazione reti wi fi wireless



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